Sarà perché è stata la sfida più interessante dell’anno, sarà per quei 10 giorni del maggio ’87 che li separano alla nascita, sarà una questione di progressi, sarà – pardon, soprattutto “è” – una questione di numeri, ma nel mondo del tennis da qui ai prossimi anni si affaccia a un nuovo tipo di dualismo: Djokovic-Murray.
Prima di farvi scatenare con le consuete polemiche che ruotano intorno a questo genere di pezzi, una premessa è necessaria: non stiamo pensionando lo storico Federer-Nadal, cui anzi ci auguriamo di assistere ancora infinite volte, ma stiamo solo prendendo in mano un dato di fatto. Con la carta d’identità di Roger e le condizioni fisiche di Rafa, la possibilità di rivedere sfide epiche come la finale di Roma del 2006 o Wimbledon 2008 si riducono di fatto al lumicino; e da grandi appassionati quali tutti siamo non resta che festeggiare Andy Murray e Novak Djokovic che, analizzate le loro ultime sfide, sembrano davvero volerne fare le veci.
LA SVOLTA DI ANDY - Anche perché è già da un po’ di tempo che questi due tennisti stanno provando a destabilizzare le gerarchie. Novak Djokovic, di fatto, ci è già riuscito, trovando la sua consacrazione in un 2011 francamente irripetibile per un essere umano (o presunto tale); Andy Murray ha trovato invece la sua svolta della carriera in questo 2012 che, a tutti gli effetti, l’ha fatto entrare a pieno diritto in quel “fab-four club” che molti prima delle Olimpiadi e di New York ritenevano fosse stato troppo precocemente allargato.
ROGER E IL GAP TERRA ROSSA - E invece Andy Murray adesso e lì e per i progressi mentali fatti vedere quest’anno – oltre a quei piccoli aggiustamenti tecnici di cui aveva bisogno (più aggressività anche col dritto) - ne ha pienamente diritto. Il gap colmato da Murray è andato quindi ad alimentare una nuova ed emozionante sfida che, senza nulla togliere a Federer-Nadal, si prospetta come assolutamente più equilibrata della storica rivalità tennistica del nuovo millennio. Sì perché senza nulla togliere al meraviglioso talento di Basilea, la verità è che il dualismo Nadal-Federer è stato nel suo complesso quasi a senso unico: il mancino di Mancaor conduce infatti le sfide con un 18-10 piuttosto emblematico a cui poi, di fatto, va sommata l’incapacità dello svizzero di imporsi su una superficie – la terra - in cui è stato sconfitto per ben 12 dei 14 incontri.
SIMILI E COMPLEMENTARI - Il “nuovo dualismo” Djokovic-Murray (da questo momento lo chiameremo così), invece, si prospetta sul campo (e sulla carta) come qualcosa di estremamente diverso. E la prima conferma arriva direttamente dalla questione “superficie”. Nessuno dei due ha infatti una netta predominanza su un tipo di terreno ma, anzi, entrambi i giocatori preferiscono il veloce. E questo di per se è già un punto importante che non sposta, come accadeva in negativo invece per Roger Federer, i delicati equilibri di un gioco che di psicologico ha ben più di quanto si possa immaginare. Dal punto di vista più tecnico abbiamo poi giocatori simili e complementari allo stesso tempo: entrambi dotati di uno splendido rovescio (chi lungolinea chi incrociato), entrambi meravigliosi risponditori (chi ha visto il primo set di Shanghai sa di cosa stiamo parlando), entrambi capaci di variare al servizio, alcune “lacune” di uno sono colmate da aspetti “positivi” dell’altro e viceversa: se Djokovic è più solido mentalmente Murray è probabilmente tecnicamente più dotato, se il serbo ha ancora dei vantaggi col dritto lo scozzese risponde con un gioco a rete e uno slice decisamente superiori. La bilancia pende ancora (forse) leggermente dalla parte di Djokovic per la sua proverbiale elasticità e resistenza, ma nell’economia di una sfida non è l’unica cosa che conta e se Murray a Shangahi è apparso cotto nel terzo set, Djokovic ha dato la stessa sensazione nel quinto a Flushing Meadowes. Insomma, sul campo questi due potrebbero darsi battaglia alla pari per ore. E fin qui è proprio ciò che hanno fatto…
NOLE AVANTI… - Sì perché la verità, come spesso accade, più che le parole la portano i numeri e se le argomentazioni fin qui sottolineate non vi hanno convinto, forse lo farà la fredda e imparziale matematica. Partiamo analizzando il classico “testa a testa”: Djokovic conduce per 9 a 7 – un dato già decisamente più equilibrato del dualismo Federer-Nadal – ma che si ribalta se prendiamo in esame dettagliatamente gli ultimi 3 anni.
…MA DAL 2008 ANDY… - Dalla reale esplosione di Murray riconducibile alla finale del Masters di Cincinnati nel 2008, il “nuovo dualismo” è stato messo in scesa ben 11 volte – tutte finali o semifinali – e basando l’analisi da quel giorno la pesa pende dalla parte dello scozzese per 6 incontri a 5. Questo 2012 poi, di per se, è una pura espressione di quell’equilibrio, intensità e sotto certi punti di vista spettacolarità cui accennavamo prima: Nole ha vinto a Melbourne (semi), Miami (finale) e Shanghai (finale); Andy si è imposto a Dubai (finale), Wimbledon olimpico (semi) e New York (finale). Non vi basta? C’è un altro dato piuttosto interessante. Dei 19 set totali giocati da Djokovic e Murray nel 2012, ben 10 partite sono finite in maniera combattuta: o 7-5 o al tie-break. Il 52,63% dei casi!
CENA DI GALA - Insomma, i numeri danno ragione alle sensazioni spesso viste in campo e se entrambi saranno in grado di dimostrare nel tempo la superiorità fin qui mostrata sul resto del circuito (Federer e Nadal esclusi ovviamente), ci sono svariati motivi per pensare che di sfide Djokovic-Murray ne vedremo ancora tante. Se queste poi raggiungeranno mai i livelli di pathos dei loro nobili predecessori sarà solo il tempo a dircelo, ma dagli antipasti che i due coetanei ci hanno sin oggi servito, ci sono tutti i presupposti per una grande cena. Buon appetito.


