Tutto lo stadio era lì per Jessica Hennis. Era il personaggio britannico designato a portare in alto l'orgoglio nazionale. Aveva sulle spalle tutte le aspettative possibili ed immaginabili, con il loro peso che a volte ha schiacciato gli atleti che dovevano ergersi a simbolo. Ma lei no. Sette prove ad altissimo livello, con il picco nella gara dei 100 ostacoli, chiusa con un tempo da medaglia della gara individuale. Settemila punti sfiorati ed oro meritatamente al suo collo. Sembrava chiusa lì, o perlomeno non ci aspettava così tanto altro.
Ed invece ecco per il Paese ospitante un altro oro, nei 10.000 metri maschili, con Mohamed Farah, che ha ribadito di essere, in questo momento, il migliore al mondo, precedendo, udite udite, l'americano Galen Rupp, talentuoso atleta bianco che più bianco non si può, ed il Bekele che non ti aspetti, o, meglio, che non ti saresti aspettato sino a qualche tempo fa, Tariku. Quarto il grandissimo Kenenisa che, come inevitabilmente capita a tutti prima o poi, ha abdicato nella finale olimpica.
Infine ecco invece l'oro che non ti aspetti, con il lunghista britannico Greg Rutherford a vincere, con 8,31, una gara dai risultati assai modesti, dove anche il nostro Howe, che se gestito meglio nelle ultime stagioni sarebbe probabilmente potuto essere presente, avrebbe detto la sua per la vittoria.
E proprio su questo dovremmo riflettere, in una giornata non positiva per gli atleti azzurri, con Meucci terzultimo, Grenot e Bencosme eliminati senza infamia e senza lode.
La Gran Bretagna, almeno nell'atletica, ha dimostrato che lavoro e programmazione possono fare la differenza, portando al grande appuntamento gli atleti nella migliore condizione possibile. Non tutti, ovviamente, ma perlomeno le proprie punte di diamante. Forse è questo il problema dell'Italia.
