ATTIVITÀ DEGLI AMICI

    Troppo Melo finisce col far troppo male

    Dopo le prime due partite, la serie più intrigante del primo turno della Eastern Conference sembra già ben indirizzata, se non segnata. I Knicks hanno cavalcato Carmelo Anthony all'inverosimile nelle due gare a Miami, ma un attacco improntato in questo modo non può portare a risultati positivi

    Dai pick'n'roll di Jeremy Lin alle isolation al gomito di Carmelo Anthony. Dalla Linsanity che svoltato la stagione dei vecchi Knicks di Mike D'Antoni dopo una partenza terribile, al super-Melo trentelleggiante che ha portato i nuovi Knicks di Mike Woodson a una trionfale cavalcata verso la post-season da 18 vittorie nelle ultime 24 partite. Come cambiano in fretta le cose, bastano soltanto un paio di mesi. Perché, bisogna dirlo, un Anthony come quello delle ultime settimane è stata forse la sua miglior versione della carriera, ma, di contro, con l'inizio dei playoff le cose sono radicalmente cambiate: e troppo Melo, ora, finisce col fare troppo male. A se stesso, alla squadra, e anche ad Amare Stoudemire, inteso anche come il pugno rabbioso con cui si è squarciato la mano sinistra dopo la sconfitta in gara-2.

    COACH WOODSON, COME GIOCHIAMO? FACILE, ISOLAMENTO! - Woodson non è D'Antoni e gioca la sua pallacanestro, ci mancherebbe, quella stessa pallacanestro con cui ha provato, invano, a trasformare Atlanta in una contender negli anni passati: ritmi bassi, isolation in attacco, point-guard che conta il giusto (se la porta su JR Smith, siamo a posto...), fisicità e difesa. O, almeno ci prova, perché a differenza di quegli Hawks, questi Knicks sono un po' diversi, forse anche un po' tanto diversi, e gli interpreti non necessariamente perfetti per seguire il copione. Oddio, se il playbook dice "iso", Anthony è il primo a sguazzarci dentro, ma quando il "giusto" comincia a diventare "troppo" anche per un giocatore che ha costruito gran parte della sua carriera ricevendo palla al gomito e inventando poi da lì, si comincia a deragliare, anche pesantemente. Nelle prime due partite contro Miami, Melo ha preso 41 tiri segnandone 15, è andato in lunetta 14 volte e perso 7 palloni: la seconda opzione offensiva è stato invece JR Smith, che di conclusioni ne ha prese 28 (e qui il grilletto facile, fin troppo facile, aiuta molto...), poi Stoudemire, con 16. Tralasciando per un istante il fatto che 15/41 faccia 36% (poco poco se il primo violino), sono le scelte con cui sono arrivati questi 41 tiri a far riflettere.

    QUANDO TROPPO MELO TENDE A FARE TROPPO MALE - In gara-1, dove ha prodotto 11 punti con 3/15, Anthony ha giocato essenzialmente "a spallate" con LeBron, sbattendo continuamente la testa contro il giocatore fisicamente più forte della Lega e contro l'organizzazione della difesa degli Heat, che non aspettava altro che mettesse palla a terra per chiuderlo in un ombrello di braccia quasi insuperabile. In gara-2, Melo ha provato ad "aggiustare" un po' il suo gioco, iniziando le azioni offensive con ricezioni più dinamiche e non semplicemente aspettando palla al gomito: per un po' ha funzionato (ha giocato un primo tempo strepitoso, tenendo a galla i Knicks praticamente da solo), ma sul lungo periodo, con l'ossigeno sempre più scarso al cervello, ha poi deragliato, chiudendo 12/26. Contro LeBron, Melo fatica a mettere palla a terra, in primo luogo perché non riesce a batterlo fisicamente dal palleggio e, in secondo luogo, quando questo accade, trova sempre l'area impacchettata, e le sue letture, onestamente, sono pessime: non perché non veda gli scarichi, anzi, ma sono i tempi del passaggio a essere terribili, perché tende ad aspettare sempre l'ultimo momento per dar via il pallone, cosa che lo porta o a schiantarsi contro gli aiuti o a vedere i suoi passaggi sporcati, intercettati, rallentati, dunque mai decisivi (4 soli assist sono una statistica che la dice lunga, no?). Appurate le difficoltà di mettere palla a terra, Melo sta attaccando tanto, tantissimo con il jumper dalla media distanza (è 0/5, invece, coi piedi oltre l'arco), ma sono tiri che, sebbene nelle sue corde, vengono presi sempre in faccia al diretto avversario e che non muovono la difesa, cristallizzando l'attacco newyorchese.

    MA NON C'ERA ANCHE STOUDEMIRE? - In una situazione tattica di questo tipo, la presenza di Amare Stoudemire si riduce a essere ininfluente, se non dannosa o peggio. Con Chandler a occupare l'area e Anthony a divagare nella zona intermedia, quella che, prima dello scambio con Nuggets, era la "sua" zona, Stat non sa letteralmente dove stare, perché se si avvicinasse al canestro andrebbe a intralciare il raggio d'azione dei suoi due compagni e non ha la mano per aprirsi sul perimetro e tirare da tre punti. Ed essendo Stoudemire già di per sé un giocatore poco propenso a faticare nella propria metacampo, se non tocca la palla in attacco tende ad affossarsi psicologicamente e a limitare sempre più i suoi sforzi difensivi, arrivando quasi al limite dell'omissione. E JR Smith, finora il secondo terminale offensivo dei Knicks, non aiuta certo la causa, perché nel secondo quintetto è lui che spesso e volentieri porta su il pallone predicando calma con una mano e contemporaneamente sparando da fuori con l'altra, azzerando sempre più la circolazione. Tanto varrebbe, dunque, far giocare Novak da 4 (ma poi lo si paga a rimbalzo e, anche lui, in difesa) o lo stesso Anthony da 4, dove 4, in questo caso, indicherebbe però un semplice numero e non una posizione in campo. Ma si può gestire così un giocatore che vale 20 milioni di dollari all'anno? O allora si capisce il perché Amare prenda a pugni i vetri a fine partita...?

    LEBRON ASPETTA, LEGGE E GIRA - A differenza di Melo, LeBron sta giocando d'attesa. In gara-2 ha lasciato prima sfogare Wade di modo che i Knicks si concentrassero sull'uomo da Marquette, e poi si è messo all'opera sfruttando gli spiragli che gli concedeva la partita: giocando negli spazi per prendere la difesa alle spalle, sui tagli dal lato debole e capitalizzando sulla sua fisicità in campo aperto nei recuperi e in transizione. Ha segnato 51 punti ma selezionando i suoi tiri per un 18/32 complessivo, che tradotto in percentuale dice 56%. Un lusso. E, a differenza dei Knicks, l'attacco degli Heat gira, perché le letture di James e Wade sui raddoppi sono di livello nettamente superiore a quelle di Melo, e aprono il campo mettendo in ritmo i tiratori: Miami ha segnato 9 triple in gara-2, tre con Miller e Battier, due con Mario Chalmers, triple che alla fine scavano la differenza. Se i Knicks e Anthony non cambiano qualcosa, la serie sembra già chiusa.