Roberto Beccantini

Calcio, il mio alfabeto del 2012

Ecco qua, di corsa, l’alfabeto calcistico del 2012. Sono ben accette correzioni e integrazioni.

Abete. Il 14 gennaio verrà rieletto presidente della Figc. Incompetente di scudetti e tavolini, confonde gli attributi con gli aggettivi.

Balotelli. Le donne, la figlia, il fratello, l’agente, l’agenda. Sempre in copertina. Non se ne può più. Colpa sua o colpa nostra?

Catenaccio. Il Chelsea di Di Matteo contro il Barcellona e poi contro il Bayern. Champions League tra barricate e «drogbate».

Del Piero. Ha lasciato Torino, ha scelto l’Australia. A 38 anni, da primo con la Juventus a ultimo con il Sydney. Contento lui.

El Shaarawy. Classe 1992, capo-cannoniere con 14 gol, ha evitato l’esonero di Allegri. A cresta alta e a testa altissima.

Fuorigioco. Continua, implacabile, lo «stupro». Guardatevi il secondo gol del Newcastle al Manchester United. Comico. Tragico.

Gol di Muntari. Fratellino del gol di Turone (31 anni) e del rigore di Ronaldo (14). Vi consiglio il libro di Massimo Zampini.

Handanovic, Samir. Con Iker Casillas in crisi e Cech tornato normale, ecco qua, dopo Buffon, il portiere più continuo.

Italianismi. La parola dell’anno è «top player». In compenso, la legge del ventennio resta quella sugli stadi uniti d’Italia.

Juventus. Il primo scudetto dopo Calciopoli; 49 partite senza sconfitte; guerre «stellari»; Antonio Conte allenatore da oscar.

Klose. Rappresenta la Germania che anche molti italiani apprezzano: più della Merkel (ci vuole poco), più dello spread.

Leo, Messi. Colleziona record, 91 gol nell’anno solare (a 25 anni!). Uomo «di sinistro»: nipote di Sivori, figlio di Maradona.

Morosini, Piermario. Era giovane e forte. Una vita da mediano, una morte in diretta, a Pescara. C’è chi ha continuato a insultarlo.

Nove falso. La Spagna si è confermata regina continentale senza schierare una punta di ruolo nella finale di Kiev (e non solo).

Oggettiva, responsabilità. Mormorano che abbia fatto il suo tempo. Mi oppongo: sono proprio i tempi che la rendono indispensabile.

Prandelli. Ultima all’ultimo Mondiale, con Lippi. Seconda agli Europei, con Cesare. La Nazionale è tornata a essere nazione.

Quando, quando, quando (la serie A passerà da venti a diciotto squadre). Ce lo dica, o ce lo canti, il «coniglio» federale.

Rovesciata. Quella di Ibrahimovic agli inglesi. Tutta la vita di Zlatan, dal ghetto a Raiola, continua a essere una rovesciata.

Salvo uno. Lanese, Dondarini, Pieri: tutti assolti, nell’appello abbreviato di Calciopoli, tranne uno: Antonio Giraudo. Strano, no?

Totti. A 36 anni, ha realizzato 221 gol in serie A, 4 meno di Gunnar Nordahl. Il pupone a caccia del pompierone. Daje!

Ultima spiaggia contro i gol fantasma. Blatter ha scelto la tecnologia; Platini, i giudici di porta. Occhio (di falco) per occhio (e basta).

Violenza. Penso a certi striscioni (su Pessotto, Superga). In casi estremi, estremi rimedi: stadi chiusi, punti di penalizzazione.

Willian Borges da Silva, 24 anni. Altro che Pato e Robinho, il Brasile che tira e attira è il fantasista dello Shakthar Donetsk.

X, la targa di Scommessopoli. Giustizia a rate. Pentiti e over. E poi il grande obbrobrio: Criscito no e Bonucci sì agli Europei.

Yes-man. Quello che non deve essere mai un giornalista. Quello che tutti i padroni vorrebbero che i giornalisti fossero sempre.

Zeman. Dopo il miracolo-Pescara, le montagne russe della Roma americana. E’ come l’ombra: se la sfuggi, ti segue; se la segui, ti sfugge.

di Roberto BECCANTINI