Roberto Beccantini

Catenaccio mon amour

Ode al catenaccio. La Lazio di Torino mi ha fatto tornare ragazzo, quando il televisore in bianconero non significava sudditanza psicologica, e più che ai pulpiti rimandava ai trespoli, dall'alto dei quali troneggiava nei cuori dei bar sport, così densi di fumo, di catarro, di paste. Non dava risposte, quella tv, faceva domande. La più famosa di tutte: lascia o raddoppia? Immagino gli sbadigli: di cosa cavolo parla questo qua? Di un altro secolo, di macerie, di ruderi. Al tempo. Era un secolo fa, d'accordo, e il calcio non è più quello (che discorsi). Ogni tanto, però, si attorciglia su sé stesso, come i serpenti attorno a Laocoonte. E l'archeologo che è in me, sorride.

Catenaccio mon amour. La cosa buffa è che non nasce in Italia. Il papà del «verrou» (chiavistello, appunto) è un tecnico austriaco che allena il Servette, in Svizzera: Karl Rappan. Siamo negli anni Trenta, intitolati al Sistema di Herbert Chapman (alla lavagna: 3-2-2-3; oggi, 3-4-3). Rappan tolse un mediano dal centrocampo e lo piazzò dietro la difesa. Oplà: ecco a voi il battitore libero, che poi, con Gipo Viani, Nereo Rocco, Alfredo Foni e Helenio Herrera sarebbe diventato il simbolo della scuola italianista.

La Lazio di Vladimir Petkovic avrebbe commosso Gianni Brera. Adorava le squadre «femmine», il Maradona della Olivetti, e quale squadra più «femmina» della Lazio di sabato? La Juventus ha fatto di tutto, con tutti. Non di rado, partite così orientate finiscono per baciare gli assaliti, non gli assalitori. Mi viene in mente un memorabile Celtic-Milan di Coppa dei Campioni, nel corso del quale il Milan superò la metà campo una volta sola. Gli bastò: passaggio sbagliato al portiere, rapina di Pierino Prati a suola armata.

Juventus-Lazio mi ha ricordato Barcellona-Chelsea. Il calcio non è come il basket, nel calcio ci sono i portieri (e Federico Marchetti lo è stato, chapeau!), le traverse, i pali; e poi si gioca con i piedi. Il catenaccio è anche uno stato d'animo, tanto è vero che Petkovic ha parlato di atteggiamento pavido, dimesso. Sono queste differenze di stili, che per una notte possono rovesciare la dittatura del possesso palla, a rendere il football superiore persino al marcio che lo soffoca.

Intendiamoci: catenaccio non significa chiudersi a tripla mandata. Guai a buttare via la chiave, si rischia di non uscire mai dall'area; e non uscendo mai, il pericolo lotteria aumenta: rimpalli, parabole, fuoco amico. Alla Lazio è andata bene, il cero a santa Traversa ha funzionato. Alla Juventus manca una chiave come David Trezeguet: apriva tutte le serrature.

In generale, è un termine che non gode di buona stampa: ormai è stato sdoganato tutto, da pezzo di m. a testa di c., ma ad accusare un allenatore di catenaccio scatta la scomunica, e gli stessi cronisti ne scrivono con riluttanza. I chirurghi estetici di Coverciano lo imbottiscono di silicone (due linee semoventi) e invitano a non abusarne. Poi però il Chelsea alza la Champions e la Lazio resiste allo Juventus. E allora vai con l'inno:  el catenaccio unido jamàs serà vencido. Più o meno.