Roberto Beccantini

Dal cuore alla squadra del cuore

Proviamo a uscire dal trito ping pong del tifo che, a seconda dell’approccio, diventa oppio, adrenalina o, peggio ancora, tritolo. L’amore per una squadra - di calcio, soprattutto - può arrivare fino al fanatismo, ma spande magia, come tutte le passioni. Non è colpa sua se a volte la carichiamo di troppi simboli, di valori eccessivi, rubati alla famiglia, al lavoro, alla politica. Ci si può sposare più di una volta. Non si può lasciare una squadra e impalmarne un’altra. Rarissime le eccezioni, che io sappia: Emilio Fede, juventino folgorato sulla via di Arcore.

Interisti, juventini, milanisti, romanisti, torinisti eccetera: qual è la scintilla che ha acceso e fuso il vostro cammino al destino di una squadra, «quella» squadra? Nel mio caso, andò così. Una sera d’estate del 1957, a Bologna, il papà si recò allo stadio a vedere una partita amichevole tra il Bologna e la Juventus. Risultato: Bologna sei, Juventus uno. Quattro reti di Ezio Pascutti, un’ala sinistra che, per via della chierica, sembrava un parroco con gli speroni. Papà tornò a casa, mi comunicò il risultato e io, ancora in bilico, lo presi in giro. Non fece una piega. Mi disse: «Ho visto chi vincerà lo scudetto. La Juventus. E ho visto un genio. Sivori».

Lo scudetto lo vinse la Juventus e Sivori era proprio un genio. Due a zero per papà. Molti di voi sono giovani. Omar Sivori è stato, per me, il padre di Diego Maradona e il nonno di Leo Messi. Uomo di sinistro. Un grande figlio di buona donna. Altra categoria, però. Altra e alta. Diventai juventino per lui. E voi, in nome di chi o di cosa avete scelto la squadra che avete scelto? Con il cuore, appunto, o per fatalità? Seguendo una tradizione di famiglia o, al contrario, ribellandovi?

E dal momento che un argomento tira l’altro, vi dico anche quali sono le mie squadre fuori d’Italia. Il Real Madrid e il Liverpool. Qui c’entra la televisione, c’entra sì. Anni Cinquanta, la Rai ai primi passi. Nel tinello di casa irruppero, d’improvviso, le ombre bianche del Real e il ruggito di Anfield. Ne ignoravo l’esistenza. Il Real di Alfredo Di Stefano, Ferenc Puskas e Francisco Gento. Cinque coppe di fila. E poi le celeberrime sfide tra i reds e l’Inter. Sono stato un sacco di volte ad Anfield - e se il tema vi piace, un giorno scriveremo, insieme, anche di stadi come luoghi di anime ed emozioni - ho fatto in tempo, prima che la modernità ne demolisse lo scheletro, a respirare l’aria della «Kop». You’ll never walk alone sarebbe venuto dopo, e avrebbe accompagnato il mio matrimonio con Liliana. Oh yes.

Non ci si può non inchinare di fronte all’Ajax del calcio totale e al Barcellona della «palla corta e ricamare». Al cuore, però, non si comanda. E neppure alla consecutio temporum. Il Liverpool, per la cronaca, non vince il campionato dal 1990. Tra tutte le grandi d’Europa e del mondo, è la più ritardataria. Ero anche a Istanbul, se può interessare, ma questa è un’altra storia.

Adesso tocca a voi. Raccontatemi la vostra.

di Roberto BECCANTINI

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