Roberto Beccantini

L’assist di Paletta, i problemi di Conte

Nicola Sansone, classe 1991, scuola Bayern, aveva già fulminato l’Inter. Il gol con il quale ha permesso al Parma di rimontare la Juventus è stato un gioiello di contropiede. La squadra di Roberto Donadoni, un signor allenatore e un allenatore signore, lo avrebbe meritato nella prima mezz’ora, il gol. Quella di Antonio Conte, viceversa, l’ha trovato, letteralmente, sotto forma di carambola. La Juventus aveva fatto poco per vincere; il Parma, poco per pareggiare. Non credo alle coincidenze; credo che, se il Tardini resta l’unico fortino imbattuto, sia corretto parlare degli inquilini che lo occupano, più che dei luoghi comuni che spesso lo arredano (tifo, destino, macumbe, eccetera).

Avete presente il lancio verticale di Gabriel Paletta? Uno schiaffo d’esterno, dritto per dritto, proprio là dove Sansone gli aveva dettato il passaggio. Paletta, argentino, appartiene alla categoria degli stopper operai, quelli, cioè, che in copertina vanno in casi estremi, quando al posto del machete sfoderano il fioretto. Mi è piaciuto molto Ishak Belfodil, 21 anni, gran fisico e grande faccia tosta. La postura mi ricorda Karim Benzema. Il Parma non ha un Di Natale da buttare in mischia, ma non è meno solido dell’Udinese. Anzi.

La Juventus, adesso. Un punto in due partite, tanto per cominciare. E diciassette nelle ultime dieci contro i ventotto delle prime dieci. Stava tenendo un ritmo troppo alto, così come, oggi, ne sta tenendo uno troppo basso, non certo da scudetto. I motivi: la sosta, i carichi di lavoro, le assenze, le riserve non all’altezza dei titolari (o almeno, di «certi»), gli ingorghi di Champions (che, fra novembre e dicembre, hanno succhiato energie), i supplementari, freschi freschi, di Coppa Italia. Non sono alibi, sono spunti di discussione. La capolista è rimbalzata da un eccesso all’altro. Non caccia più le partite: si ciba di episodi, e paga ogni errore, cosa che prima, viceversa, faceva pagare.

Siamo tornati a un campionato normale, tra squadre normali. Un anno fa, la Juventus era in testa con 44 punti, uno in meno. Ha sprecato un tesoretto di otto punti, gliene restano tre (sulla Lazio, per ora). A metà febbraio tornerà la Champions League, con gli ottavi e il Celtic. Il piano di arrivarci con un buon margine sta andando in fumo. Si ricomincia da capo. Rimane padrona del suo destino, la Juventus, ma ha perso il piglio «da Thatcher». Non morde più, è grigia; un’identica flessione le capitò, più o meno, l’inverno scorso, ai tempi della pareggite. Un rigore di Giovinco contro la Sampdoria, una punizione deviata contro il Parma: è sempre stato il centrocampo - e se non sempre, soprattutto - a garantire un alto fatturato di gol. Mirko Vucinic è il simbolo dell’ultima Juventus: graffio vincente in coppa, velo pantofolaio al Tardini.

Sembrava un giallo al cui autore fosse scappato il nome dell’assassino fin dalle prime pagine. Non è così. I problemi della Juventus - risolvibili, ma palesi - sono diventati taniche di benzina per i fiammiferi degli avversari.

di Roberto BECCANTINI