Roberto Beccantini

Mi ritorni in mente, derby come sei

Torna il derby della Mole. L'ultimo ebbe luogo il 7 marzo 2009. Vinse la Juventus, 1-0, gol di Giorgio Chiellini. Torna con gli effetti speciali dei "letti" separati, andata nell'alcova bianconera, ritorno nel talamo granata. Come ai vecchi tempi del Comunale e del Filadelfia, quando Valentino si tirava su le maniche.

Già, i tempi. Vecchi per definizione, appesi alla barba dei rimpianti e alle artriti dei rimorsi. Per Zdenek Zeman, il derby è una partita come le altre. Giampiero Boniperti, viceversa, l'avrebbe abolito. Perché lo aveva giocato e ne conosceva ogni anfratto, non solo per quello che successe il 27 marzo 1983: lasciò lo stadio sul 2-0 (Paolorossi, Platini) e venne travolto, via radio, da tre sberle in tre minuti (Dossena, Bonesso, Torrisi). C'ero anch'io. Sopravvissi e ne scrissi.

Negli anni Settanta, Torino era il cuore del calcio italiano; e il derby, il suo ombelìco. Era l'epoca, e l'epos, dei gemelli del gol, Francesco Graziani e Paolino Pulici, di Claudio Sala poeta, di Gigi Radice allenatore riformista, dal fuorigioco al pressing. E, naturalmente, erano le stagioni del Trap, di baron Causio e di Furiafurinfuretto (ah, grande Camin), di Bobbygol e Bonimba, di Zoff, Gentile, Cabrini. E di Gaetano Scirea: un libero signore, un signor libero. Vinceva spesso, il Toro. Ogni volta che nel mirino inquadrava la bazza austera di Zoff, Puliciclone (ah, sommo Brera) si trasfigurava.

I miei derby. Tanti. Quando morì Gigi Meroni e il Toro stravinse per 4-0, tripletta di Nestor Combin, avevo sedici anni e mezzo e vivevo ancora a Bologna. La notizia mi raggiunse davanti alla chiesa di San Cristoforo: la mia parrocchia, il mio oratorio, dove servivo messa e mi servivano sul sinistro, i calzettoni giù, da piccolo Sivori, con la nonna che mi urlava di non sudare.

Li cito in ordine sparso, come mi rimbalzano nella memoria. Impossibile dimenticare le corna di Enzo Maresca, gesto che suggellò un romanzesco 2-2 e una non meno burrascosa caccia al profanatore. E poi l'edizione del 1984, Toro avanti con "spadino" Selvaggi, Juventus in rimonta con Michel Platini, gran punizione e gran colpo di testa, da centravanti puro, quale sapeva essere nelle circostanze più scabrose. Re solo quando arrivò, re sole quando partì.

Un altro che non dimentico è il 3-3 del 14 ottobre 2001: da 3-0 (Del Piero, Tudor, Del Piero) a 0-3 (Lucarelli, Ferrante su rigore, Maspero). Un tempo a testa e 3-3 alla fine. Ero in redazione, vergin di servio encomio e di codardo oltraggio. La buca scavata sotto il dischetto da Ricky Maspero, il rigore di Marcelo Salas che ancora gira, come un satellite impazzito, sopra il cielo di Torino: sarebbe stato il delitto perfetto.

Ci vorrebbe un libro, per contenerli tutti. Chiudo con quello del 19 marzo 2000: Juventus-Torino 3-2. Siamo agli sgoccioli, la Juve conduce tre e a uno, mischia in area, Collina fischia. Spinta di Zidane a Tricarico, rigore per il Toro. Prego? Proprio così: di Zidane a Tricarico. E non di Tricarico a Zidane. Il colmo dei refusi corporei. Quando lo raccontai a Platini, sorrise: "Rigore di Zidane su Tricarico, certo. Grande battuta, posso rubartela?".

Di Roberto BECCANTINI