Stefano Benzi

Per le genovesi è Buio Pesto

Genova non è una città facile: allontana più che avvicinare, dissuade, non vuole intrusi e non ama gli ospiti che sono spesso considerati 'foresti' perché alla lunga, un po' come il pesce (che il genovese preferisce vendere al milanese piuttosto che mangiarselo, privilegiando le specialità dell'orto e della cucina povera) alla lunga puzzano.

Nemmeno i genovesi sono un soggetto facile: si tratta di gente ruvida, scorbutica, mugugnona e un po' malmostosa. Ridono poco, parlano pochissimo e a bocca stretta, appena comprensibilmente e solo per chi li vuole capire: dice un detto in vernacolo "sun zeneize risu reu, strinzu i denti e parlu cheu", e se non sapete dirlo con i denti stretti non siete di Genova.

Capirete bene che a gente che lo scorso anno di questi tempi seppelliva vittime e spalava fango, del calcio interessi relativamente. Il passato recente della Sampdoria e la storia del Genoa, costruita su sacrifici, fallimenti, sofferenze e transumanze di tifosi capaci di andare ovunque e comunque, dicono che a Genova si accontenterebbero di poco: una squadra dignitosa e la possibilità di salvarsi senza patemi.

Che a Genova i soldi siano pochi si è capito, che si viva sulla provvisorietà del momento pure, che i conti non tornino mai anche: i giocatori qui sono solo di passaggio. Ma ogni tanto, come dicono i genoani, ai genovesi piacerebbe anche vincere. Per cui quando ti ritrovi una squadra da Champions League che gioca in giro per il mondo con altre maglie un pochino ti gira il belino. Il sampdoriano, che ha avuto sempre un approccio un po' meno viscerale e un po' più elegante nei confronti della squadra, è abituato piuttosto bene. Senza scomodare la Sampd'oro di Mancini e Vialli negli anni '50 i blucerchiati erano definiti i giocatori con il cammello… perché avevano il cappotto elegante, di cachemire color cammello. E questa eleganza di fondo nel DNA del blucerchiato è sempre rimasta.

Spesso genoano e sampdoriano si accontentavano di vedere andare peggio il cugino. Oggi nemmeno di quello. Il gioco di entrambe le squadre è pessimo: con Delneri (arrivato "prima che se lo prendesse qualcun altro" disse Preziosi presentandolo) il Genoa non ha mai vinto né segnato in tre partite. Con Ferrara (arrivato "perché dava più garanzie di Iachini") la Sampdoria ha infilato una serie di sei pesanti sconfitte evidenziando una fragilità tecnica e psicologica imbarazzante.

Le tifoserie sono in subbuglio e il derby, ormai prossimo, è già stato ribattezzato "il derby dei misci" (poveracci).

Bisognerebbe correre ai ripari, ma come? Il mercato si apre tra otto giornate e non è che offra opportunità straordinarie. Preziosi ha un portafoglio giocatori immenso: gli basterebbe tirare su le briciole dalla tavola per realizzare una squadra decente che, al momento, dipende dalla volontà di Marco Rossi (34 anni) e dalla capacità di recupero di Borriello. La famiglia Garrone ha tanti di quei soldi che potrebbe fare impallidire Moratti: ma ha deciso di non spendere nel calcio più del dovuto.

Il problema, a Genova più che altrove, non è quanto si spende, ma come. Genoa e Sampdoria, nella programmazione della stagione fin qui fallimentare hanno speso relativamente poco ma soprattutto male. E ora rimediare è difficilissimo.

Le due squadre nelle ultime sei partite hanno raccolto due soli punti, due su trentasei: li ha presi il Genoa con due pareggi scialbissimi. La Samp nemmeno quelli.

La Samp perso Marotta non ha più trovato una guida illuminata in grado di dare una direzione sensata alla squadra. Preziosi usa la squadra come una specie di dock per lo stoccaggio e la spedizione di merci varie: ha imparato perfettamente il concetto dai camalli delle banchine. Ma il dato di fatto è che così Genova, che non ha mai subito una partenza di campionato tanto disastrosa nemmeno quando le due squadre erano in Serie B, rischia il tracollo. È un segnale: così non si può andare avanti.

Ma non si può perdere di vista un dato fondamentale: a Genova dopo Garrone e Preziosi c'è il baratro. Il nulla. Il vuoto pneumatico. Le tifoserie contestano, si lamentano, chiedono cambiamenti radicali e adeguamenti perentori: ma la città è quella che è, e offre un calcio all'altezza di quello che è stato il suo percorso negli ultimi quarant'anni.

Censimento degli anni '70 Genova era la terza città d'Italia con oltre un milione di abitanti e il primo porto del Mediterraneo (il secondo in Europa). Oggi la popolazione si è più che dimezzata e di genovese è rimasto poco: gli imprenditori sono scappati, o si sono nascosti, o hanno chiuso bottega.

Il genovese si sfoga spesso con il mugugno lasciandosi andare a critiche poco costruttive: l'ottimismo ha poco spazio in una città che ha nascosto una depressione economica ed endemica decennale. E il calcio probabilmente lascia il tempo che trova in una città abituata a raccogliere i suoi morti nel fango delle alluvioni ormai cicliche.

Ma Genova nel suo DNA ha anche altro: banche, assicurazioni, l'arte della logistica e quella dell'imprenditoria commerciale e artigiana sono nate qui, 1500 anni fa, più o meno. Genova, ribattezzata Superba, era tale perché dominava sul serio. Faceva il prezzo delle merci e dettava legge. Un motivo, se Napoleone non voleva mollarla, c'era: ed erano i soldi… Ora, alla ricerca di un equilibrio precario che ancora manca, ci si accontenterebbe anche di un caporale di giornata che faccia sbarcare il lunario. In attesa del derby e di poche idee, possibilmente buone, per guardare al futuro senza disfattismo.

Il titolo cita, volontariamente il gruppo musicale genovese Buio Pesto, fondato e diretto dall'amico Massimo Morini. Vi lascio con un detto genovese che non traduco… è meglio: "L'é megio avei e braghe sguaræ 'nto cù che o cù sguaròu 'nte brâghe…".

La foto invece si riferisce al recente derby rinviato per neve… Se vedemmu…

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