Top & Flop

Basket: il meglio e il peggio del 2012

L'anno nuovo è alle porte, e noi abbiamo voluto salutare questo 2012 con una sorta di breve resoconto dei momenti che ci hanno maggiormente emozionato o deluso negli ultimi dodici mesi: ne abbiamo per tutti e per tutto, dall'NBA, al basket italiano, a quello europeo e a quello internazionale. Con l'ovvia premessa che, quando si tratta di classifiche - e soprattutto di classifiche su un lasso di tempo così grande - è sempre difficile riuscire a essere esaurienti.

IL MEGLIO

Il primo anello di LeBron James - Dopo due finali perse, il Re indossa la corona al terzo tentativo, e poco importa se, per riuscirci, ha dovuto lasciare la sua Cleveland e accettare di giocare al fianco di altre due superstar. LeBron ha vinto con merito, resistendo a una pressione pesantissima, e rimontando dalla sconfitta in gara-1 che sembrava aver inclinato la serie con i Thunder in tutt'altra direzione: e, soprattutto, LeBron ha vinto sul campo, cambiando il suo modo di giocare: non più uno strepitoso "tuttofare" che variava ruolo ed esecuzioni a ogni azione, ma un 4 tattico travestito da playmaker che spaccava in continuazione la difesa di OKC prendendo posizione in post-basso e aprendo poi il campo per i tiratori. E quella bomba decisiva in gara-4 presa su una gamba sola resterà probabilmente nella storia.

Chris Paul e l'altra Los Angeles: i Clippers - Come fa un giocatore a rivoltare una franchigia come un guanto, rendendo una delle tradizionali Cenerentole della Lega la squadra - al momento - al vertice della Western Conference con una striscia aperta di 15 vittorie consecutive? Facile, basta chiamarsi Chris Paul ed essere il miglior playmaker al momento in circolazione nella NBA. L'anno scorso, in una stagione di transizione e affossata da una lunga serie di sfortune e infortuni, i Clippers ci hanno comunque regalato emozioni impagabili: quest'anno non giocheranno il basket più fluido della Lega, ma sicuramente quello più efficace, che porta a casa risultati e vittorie. E pensate che cosa sarebbe successo se si fosse accasato ai Lakers... sì, li ritrovate un po' più sotto, in mezzo ai flop...

La Linsanity conquista New York - Come strappare un triennale da 25 milioni di dollari in due settimane: docente, Jeremy Lin. Scherzi a parte, quelle sette partite segnate da altrettante vittorie consecutive dei Knicks tra il 2 e il 15 febbraio ci hanno fatto sognare, come la classica favola del ranocchio che diventa principe. Jeremy Lin, mancato playmaker della scomparsa BancaTercas Teramo, non sarà certo un fenomeno, ma sicuramente è un personaggio, un grande personaggio. E in questo mondo assetato di storie, i personaggi nuovi, curiosi e - senza offesa - dall'aria un po' "sfigata", piacciono. Piacciono un sacco.

La pallacanestro più bella della NBA, quella di San Antonio - Poco sopra dicevamo che i Clippers non giocano sicuramente il miglior basket della NBA: c'è poco o nulla da discutere, anzi, tra le squadre vincenti - molto vincenti - il loro gioco è forse il peggiore. Per trovare la squadra che esprime, vincendo, la pallacanestro migliore non serve usare il lanternino, ma basta spostare il cursore su una città nota, molto nota: San Antonio. Nonostante il nucleo dei Big-Three sia rimasto intatto, gli Spurs non sono più quelli di una volta, quelli che infilavano anelli su anelli negli anni dispari puntando tutto su quanto facevano nella loro metacampo: sono invecchiati, certo, ma si sono evoluti, così come il loro allenatore, che da purista della difesa si è trasformato in un geniale creatore offensivo. Anzi, probabilmente lo era già una decade fa, ma non ce l'ha mai voluto far vedere. E il modo in cui quelle cinque maglie nero-argento si trovano in attacco... beh, è roba da favola. Semplicemente.

Il nuovo anno di Carmelo Anthony - Se dovessimo assegnare il premio di MVP in questo momento della stagione, non andremmo molto lontano dal #7 di New York: e i 28.5 punti di media a partita (suo massimo in carriera eccezion fatta della stagione 2006-07 a Denver) sono soltanto la punta dell'iceberg. Melo sta giocando con una fiducia e una personalità mai vista prima, riuscendo a essere decisivo in attacco ma anche estremamente efficace nelle altre fasi del gioco, compresa quella difensiva, dove tradizionalmente tendeva a sacrificarsi, diciamo, il giusto. Come LeBron James a Miami, sta rivoluzionando il ruolo di ala grande, o 4 tattico, se preferite, giocando una pallacanestro aggressiva, mobile e aperta. Durerà finché non tornerà Stoudemire, oppure...?

La resurrezione di Belinelli tra New Orleans e Chicago - Dopo le due stagioni a spizzichi e bocconi nella Bay Area e il flop totale a Toronto, anche il Beli è finalmente riuscito a ritagliarsi il suo spazio nella Lega: "merito" anche della crisi di New Orleans, certo, che gli ha permesso di giocare un anno da titolare con molti minuti e responsabilità sulle spalle, un anno in cui ha incamerato tanta fiducia ed esperienza, oltre che segnato il suo massimo in carriera per punti realizzati (11.8 di media a partita). Approdato finalmente in una squadra con ambizioni, sta ritrovando spazio, ritmo e minuti dopo un momento di shock iniziale, mostrando di essere anche qualcosa in più di un semplice tiratore da tre punti: tra il 5 e il 21 dicembre ha inanellato 10 gare consecutive in doppia cifra (con picchi di 22 e 23 punti) e un posto stabile in quintetto. Mica male.

Lo spettacolo della finale olimpica di Londra: USA-Spagna - Alla fine la risolvono loro, James e Durant, come forse era richiesto dal copione, ma l'atto finale dei Giochi di Londra è una partita vera, verissima, di grandissima pallacanestro tra due formazioni di campioni assoluti. La Spagna non si presta al ruolo di sparring-partner, tenendo botta, anzi, spaventando a più riprese gli americani con l'intramontabile Navarro e un Pau Gasol che fa tutto in campo: la forbice, si dice da tempo, si sta chiudendo sempre più, e se gli States non portano la loro formazione migliore, difficilmente riescono a vincere. Ma fino a quando durerà?

L'Italia del basket vince tutte le partite di qualificazione all'Europeo - Otto su otto, un bottino pieno, cosa mai vista nella storia della nostra Nazionale: d'accordo, gli avversari non erano strepitosi, con la Turchia in rifondazione e la Repubblica Ceca in crescita, sì, ma ancora lontana dal poter seriamente competere a livello europeo, ma, d'altra parte, anche la stessa Italia arrivava all'appuntamento con senza Bargnani, Belinelli e una storia recente segnata da una lunga fila di insuccessi. Pianigiani, alla fine, è riuscito a costruire un gruppo affiatato, cavando il classico "sangue dalle rape" da quel poco che la nostra pallacanestro ci può offrire in questo momento di crisi, segno, però, che il lavoro e la programmazione a lungo termine danno i frutti. E l'Under25 che ha recentemente vinto l'All Star Game a Biella è un'altra conferma del caso.

L'Olympiacos vince l'Eurolega rimontando dal -19 - Quel semigancio di Printezis a sette decimi dalla sirena decide probabilmente la finale più pazza della storia: sfavorita senza nemmeno il bisogno di aprire una discussione contro la squadra costruita apposta per vincere la coppa (Teodosic + Krstic + Kirilenko, giusto per citare il trittico delle meraviglie), l'Olympiacos compie una folle rimonta dal -19 con il cuore, la voglia e gli attributi, quelli che i super-campioni, già sicuri di aver messo il trofeo in bacheca, hanno deciso di lasciare a casa. Decide Printezis, l'uomo-energia per eccellenza, decide Papanikolaou, veteranissimo già a 22 anni, decide Spanoulis, il "traditore" del Panathinaikos. Traditore, già, ma alla fine ha avuto ragione lui.

Sassari e Varese: aria nuova in Serie A - Quarta l'anno scorso in regular-season, eliminata poi in semifinale da Siena; seconda quest'anno e protagonista anche in Europa: se nella passata stagione la Dinamo ha stupito tutti stravolgendo ogni pronostico, oggi la squadra di Meo Sacchetti sta confermando, se non migliorando, quanto ci aveva già mostrato. A Sassari non hanno bisogno di tanti soldi o grandi nomi: basta il gruppo e la voglia di giocare insieme. E anche Travis Diener, probabilmente il miglior playmaker, o il miglior giocatore del campionato. Stessa cosa della Varese di oggi, prima in classifica con una sola sconfitta in 12 partite: la Cimberio non avrà grandi nomi, ma è una squadra assemblata con costrutto, unendo giocatori con caratteristiche ben precise che si amalgamano molto bene fra loro. Gioca una pallacanestro semplice, ma molto efficace, trascinata da Mike Green, gran generale, e infuocata dalla mano di Adrian Banks, una gran bella scoperta: una pallacanestro di squadra, corale, entusiasta, fatta di voglia di sacrificarsi e di arrivare insieme al risultato. Vincere.

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IL PEGGIO

I Charlotte Bobcats chiudono col peggior record della storia - Nel 1972-73 i Philadelphia 76ers archiviarono la stagione con un terrificante record di 9-72 (pari all'11.0% di vittorie), numeri così bassi e tristi che sembravano decisamente imbattibili. Poi, 39 anni dopo, sono arrivati i Charlotte Bobcats, e una stagione conclusa con una striscia di 23 sconfitte consecutive e un record finale di 7-59 (il conto fa 66, certo, per via del lock-out), pari al 10.6% di sucessi. E quest'anno, dopo una brevissima fiammata iniziale che ha permesso loro di pareggiare il numero di vittorie dello scorso anno in sole 12 gare, si è aperta una striscia (ancora attuale al momento della stesura di questo articolo) di 16 insuccessi di fila. Se si va avanti così...

I Lakers fra tramonto e ricostruzione - Nash, Bryant, Gasol, Howard. Ma dai Fab Four ci siamo già passati, e nemmeno troppo tempo fa: era il 2004 quando i Lakers di Kobe, Shaq, Malone e Payton persero le Finals contro Detroit, "convincendo" così O'Neal a prendere la via di Miami, dovre avrebbe poi vinto un anello con Dwyane Wade. I gialloviola, al momento, fanno salivare per la quantità potenziale di talento offensivo ammassata nell'ultima sessione di mercato, ma non vincono né convincono, evidenziando tutti i limiti sottolineati dai critici in estate: mancanza di chimica, difesa porosa, panchina inesistente. E il sacrificio di Mike Brown, silurato dopo una manciata di partite, è servito a nulla: l'arrivo di D'Antoni ha, per alcuni versi, esasperato certe lacune, e i playoff restano ancora abbastanza distanti. E, anche se dovessero arrivare, fin quanto durerebbero?

Il ginocchio di Rose fa crack - L'episodio più triste per eccellenza della passata stagione ha colpito il giocatore che, dopo LeBron James, aveva forse calamitato le maggiori attenzioni mediatiche e sportive: Derrick Rose e i Chicago Bulls, i volti nuovi e freschi della pallacanestro, destinati a mettere i bastoni tra le ruote alle grandi corazzate della Lega. E, invece, è evaporato tutto in un inutile garbage-time di gara-1 al primo turno della post-season contro Philadelphia, dove Rose è rimasto in campo nel finale di una partita già stravinta per mettere nelle gambe un po' di benzina in più dopo un lungo stop per infortunio. Da lì in poi, a Est i playoff non sono più stati gli stessi.

Toronto e la crisi infinita: Bargnani, tempo di cambiare aria? - L'ultima partecipazione ai playoff dei Raptors risale ormai alla primavera del 2008, una sconfitta in 5 gare al primo turno contro gli Orlando Magic. Poi, il cambio di allenatore, con il sacrificio di Sam Mitchell, l'uomo con cui i Raps avevano raggiunto l'apice della loro breve storia nella NBA, e l'arrivo di Jay Triano: un altro flop, culminato con il pessimo record di 22-60 di due anni fa. Nulla è cambiato con Dwane Casey (23-43 nell'anno del lock-out) e con la rivoluzione estiva che ha cambiato 3/5 del quintetto base. Toronto, che ha recentemente sofferto una striscia di 12 sconfitte in 13 partite, resta una squadra perdente e poco funzionale, e Andrea Bargnani, con i suoi alti e bassi, cristallizzato nel limbo di quel giocatore buono che "sì, però...". Il suo nome è finito in numerose trade (rigettata quella proposta ai Lakers) e l'impressione è che la sua avventura in Canada sia agli sgoccioli: probabilmente un bene, come ha confessato anche Marco Belinelli, un altro che è passato recentemente da quelle parti. "Mago, vai via di lì...".

Dirk Nowitzki "scomparso" dopo il titolo - I più critici potrebbero pensare che, sì, ormai si fosse accontentato di quello che aveva fatto, e che una serie di Finals spettacolare come quella contro Miami non l'avrebbe più giocata. Probabilmente è vero, anche se non completamente, ma quel che è certo è che dopo il titolo del 2011 il tedescone si sia affievolito più mentalmente che tecnicamente (confrontate, le cifre sono molto simili...) su un livello a lui non consono. Un po' di appagamento certo, cui vanno uniti i problemi di organico che Dallas ha dovuto sopperire negli ultimi mesi, con la completa rivoluzione della squadra che batteva LeBron, Wade e Bosh soltanto 18 mesi fa. Poi, gli infortuni, con quel ginocchio sempre più scricchiolante che l'ha costretto ad andare sotto i ferri per la prima volta in una carriera in cui ha saltato solamente una manciata di partite. No, nessuno è eterno. Nessuno.

Il fallimento (ennesimo) di Milano - Ce ne sarebbe da scrivere a bizzeffe, dalla finale artigliata per il rotto della cuffia nello scorso campionato a una prima metà dell'attuale stagione in cui, per aspirazioni e potenzialità, è stata di gran lunga la squadra peggiore d'Europa. Eliminata al primo turno di Eurolega e in bilico anche per la partecipazione alle Final Eight di Coppa Italia (che, tra l'altro, si giocheranno anche al Forum), l'Olimpia si è decisa (finalmente o ancora, scegliete voi l'aggettivo che più vi piace) a cambiare, riportando JR Bremer all'ovile e cacciando Omar Cook (il braccio destro di Scariolo), Richard Hendrix (il primo gran colpo di mercato estivo) e Fabrizio Frates (forse il primo caso nella storia in cui viene sollevato l'assistente e non l'allenatore). Nell'anno e mezzo di gestione Scariolo si è visto poco se non nulla: una difesa inesistente che concede di tutto, un attacco che si sviluppa solo sulle invezioni dei singoli e un atteggiamento complessivo ultra-controproducente da formazione super-viziata. Ma la squadra non vince, il gruppo non c'è, i grandi colpi o presunti del mercato fanno cilecca, si guarda a riportare indietro gli epurati della passata stagione, e il gm fugge negli States dopo tre settimane di mercato, non si è forse sbagliato, e di grosso, a priori? Piuttosto che gettare via altri soldi...

La scomparsa di Treviso - Se ci mettiamo a fare l'elenco delle squadre scomparse negli ultimi anni, a partire da Napoli, Capo d'Orlando e Roseto e passando per la Fortitudo e Teramo, non finiamo più. L'addio della famiglia Benetton alla pallacanestro professionistica, un addio che la città non è riuscita a colmare nonostante il grandissimo amore per la pallacanestro (e anche una linea della Federazione forse un po' eccessiva nello sbattere la porta in faccia alla Basket Treviso di Riccardo Pittis) ha, di fatto, cancellato dalla cartina geografica cestistica una delle piazze più importanti, appassionate e vincenti dell'ultimo ventennio. La Treviso Basket 2012, ora, gioca in Promozione, seconda nel girone alle spalle della Polisportiva San Giorgio. La Serie A è lontana, molto lontana.

La Serie A afflitta dalla crisi economica: mai così in basso - Di Sassari e Varese abbiamo detto prima, due squadre che non spiccano certo per budget o grandi nomi ma che, al momento, sono al vertice della classifica giocando una pallacanestro corale, sensata e divertente. Per il resto, il campionato di quest'anno sta offrendo uno spettacolo generalmente deludente, con le squadre costruite per vincere in difficoltà - Siena a parte, dopo il momento di sbandamento iniziale -. Roster ridotti all'asso, stranieri scarsi o poco esperti e l'impressione di un grosso calderone in cui tutti possono battere tutti: resta la speranza di un maggior spazio per i nostri giocatori e i nostri giovani? Sì e no. Fra i primi trenta marcatori del campionato, soltanto tre sono italiani: Datome e fratelli Cinciarini.

di Daniele FANTINI