Top & Flop

La Top 10 del tennis del 2012

Con la Coppa Davis alla Repubblica Ceca, il 2012 tennistico si è di fatto chiuso. A pochissimi giorni dalla riapertura di una nuova stagione, e a un paio di settimane dall’arrivo del nuovo anno, riviviamo insieme un 2012 che, in un modo o nell’altro, rimarrà impresso nella storia del tennis per qualche record che sugli almanacchi sembra destinato rimanere a lungo. Riviviamo insieme la top10 dei momenti più emozionanti dell’anno che si sta ormai concludendo. Una sola avvertenza: è impossibile scegliere un ordine d’importanza. I numeri, per tanto, sono puramente indicativi.

10- “Le 302 settimane di re Roger”. Quanti fiumi d’inchiostro, pagine di giornale, usura di tasti sono stato utilizzati per descrivere le imprese di uno dei più grandi fenomeni della racchetta. Anche nel 2012, naturalmente, il ragazzo di Basilea ha ritoccato due o tre statistiche che fanno risultare le dichiarazioni del Premier russo Medvedev – “gli alieni sono già tra noi” – più credibili del previsto. Con il settimo sigillo a Wimbledon è poi arrivato anche quel primo posto spintosi fino a quota 302 settimane in vetta alla classifica ATP. Come lui, nessuno mai.

9- “I sette sigilli del Mancino”. A proposito di gente venuta da mondi diversi... Il 3 giugno del 1986 non furono segnalati avvistamenti sopra il cielo di Manacor, ma nell’ospedale locale veniva al mondo un ragazzo che, 26 anni dopo, avrebbe infilato la sua settima vittoria sulla terra rossa di Parigi. Straordinario. E dire che Rafa Nadal si era già superato qualche settimana prima nello chicchissimo Monte Carlo Country Club; ma era in una bagnata domenica parigina che “il mancino di Manacor” metteva definitivamente la freccia su un signore che su quella superficie aveva avuto qualcosa da dire: Björn Borg. Storia.

8- “Il Carreer Grand Slam di Masha”. Su le mani chi avrebbe detto che la Sharapova sarebbe stata in grado di arrivare fin lì. Con il trionfo del Roland Garros sulla nostra – comunque splendida – Sara Errani, l’algida Maria, sangue russo ma formazione “made in USA”, arriva là dove solo le grandi avevano osato: Evert, Navratilova, Graf, Serena Williams giusto per citare quelle a noi più vicine. Il tutto, non dimentichiamolo, vincendo un major che dalla bacheca della bella Maria mancava dal gennaio 2008. Niente male per una che sul rosso si era autodefinita “a cow on ice” (una mucca sul ghiaccio).

7- “La legge di Serena”. A proposito di storia… la seconda parte di stagione di Serena Williams è una perla di raro valore. Virginie Razzano vi dice qualcosa? Primo turno Roland Garros: lì Serena gioca una delle sue partite più brutte di sempre ed esce in un misto di rabbia e sollievo (e tra la gioia di un pubblico e un torneo che in fondo non l’ha mai amata). Da quel momento, il clic. Serena infila in quest’ordine: singolo e doppio a Wimbledon, due medaglie d’oro alle Olimpiadi (trascinando letteralmente Venus nel doppio), il quarto titolo allo US Open (15° negli Slam). Il tutto, naturalmente, condito dal Wta Tour Championship di Istanbul, dove la “dittatrice Serena” impone la sua legge – quella del più forte – portando a casa il trionfo finale senza nemmeno perde un set. Nei libri. Anche lei.

6- “La prima volta di Andy”. Qui, a dir la verità, i momenti sono due. Il primo, naturalmente, è l’oro Olimpico a Wimbledon. Quale miglior modo per entrare nel cuore dei britannici – attenzione al sostantivo – se non con una vittoria seguita dal God Save The Queen dove giusto qualche mese prima, da scozzese, erano state lacrime? L’oro di Londra 2012 ha probabilmente sbloccato psicologicamente Murray capace poi, 76 anni dopo, di esorcizzare Fred Perry a New York. Ecco il secondo momento: il primo major della carriera, arrivato soffrendo e mostrandosi per la prima volta (in uno slam) forte psicologicamente. Benvenuto nei fab-four, Andy.

5- “Novak Djokovic, il maratoneta”. Avete preso gusto per le imprese? Eccone un’altra. Melborune, 5 ore e 53 minuti. Davanti a lui un signore che piuttosto di lasciare un quindici sarebbe pronto all’autofustigazione. Chi avrebbe potuto vincere una finale del genere se non Novak Djokovic?! Un torneo eccezionale, una finale di un’intensità a tratti preoccupante per l’incolumità di entrambi. Per l’incredibile Nole il settimo sigillo consecutivo contro Rafa Nadal culmina con una maglietta stracciata di forza e un urlo simbolo di superiorità fisica, proprio contro chi del fisico era stato innovatore. Per uscire dal tunnel, il buon Rafa, avrà bisogno qualche mese più tardi della sua amata terra.

4- “Farewell Andy”. Il momento dei saluti, prima o poi, arriva per tutti; ma quando a dire addio è l’ultimo plausibile rappresentante della scuola tennistica americana il momento è da immortalare. Andy Roddick fu soltanto la coda di una cometa capace di regalare nel suo massimo splendore Pete Sampras e Andrè Agassi, ma non per questo il momento del suo addio assume meno importanza. Ultimo vincitore statunitense di un major, ultimo numero 1 al mondo americano della classifica ATP, Roddick è stato anche l’ultimo giocatore in grado di regalare alle Stars and Srtipes il successo in Davis. Il tramonto di un epoca non può non essere ricordato. Del Potro capisce il momento e lascia l’Ahthur Ashe alle lacrime di Andy.

3- “Il golden set di Yaroslava Shvedova”. In un modo o nell’altro, la nostra Sara Errani, negli almanacchi della storia del tennis, suo malgrado ci entra. Siamo al terzo turno di Wimbledon e la terrificante kazaca Shvedova, alla povera Sarita, non concede nemmeno un quindi in tutto il primo set. In gergo si definisce “golden set”; un set d’oro. Roba che non si vede tutti i giorni… anzi. I numeri dell’ITF dicono che l’unico precedente della storia professionistica risale al 1983, quando a Derlay Beach Bill Scanlon regalò identica sorte a Marcos Hocevar per un 6-0 che da quest’estate ha un precedente anche nel femminile.

2- “L’anno magico della Repubblica Ceca”. Fed Cup nel femminile ma, soprattutto, Coppa Davis nel maschile. L’eroico Radek Stepanek e l’impresa di un punto in un doppio costruito (con Berdych) contro i maestri Lopez e Granollers. Le gesta di Lenld e Smid sono così eguagliate per la gioia di una nazione che non festeggiava più l’Insalatiera da quando ancora era unificata dal muro di Berlino. Una festa speciale per i cento anni del trofeo, un trionfo completo per un movimento che con Kvitova, Peschke e Hradecka si era già superato qualche settimana prima anche nel femminile. 23 anni d’attesa per le donne, 32 per gli uomini. Non può essere solo un caso, o sbaglio?

1- “Arrivano i nostri”. Arriva il momento del nazionalismo. Puntuali come il presidente della Repubblica, ecco il discorso a reti unificate delle imprese tennistiche dei nostri per un 2012 dove, tutto sommato, non ci si può lamentare: Sarita Errani in finale a Parigi nel singolo e trionfante insieme a quel fenomeno di Roberta Vinci nel doppio; Belgrado e San Pietroburgo di Andreas Seppi; Sara e Roberta eccezionali a New York e strepitose in doppio anche a Melbourne; ancora Andreas eccezionale prima in un Foro Italico in versione “curva sud” contro Wawrinka e poi meraviglioso illusionista contro Djokovic a Parigi. Il tutto, naturalmente, aspettando Gianluigi Quinzi. Buon anno!

di Simone ETERNO (Twitter @Simon_Forever) https://twitter.com/Simon_Forever