Ciclismo - Greg LeMond ha ragione: ripartiamo da lui

L’ex corridore americano attacca McQuaid e si dice pronto a raccoglierne l’eredità come presidente dell’UCI. “Non sono un politico - spiega LeMond -, ma sono stato un corridore ad alto livello. Conosco questo sport in tutte le sue sfaccettature, ho anche assistito alla crescita del doping, perché c’era anche ai miei tempi. Serve ripartire, e per farlo i dirigenti di oggi dovrebbero andarsene…”

Del ciclismo, di quel ciclismo che non era ancora stato travolto dal doping e che ancora non aveva scoperto le bugie di Lance Armstrong, Greg LeMond è stato uno dei protagonisti più illustri. Professionista dal 1982 al 1994, l’uomo che rischiò di morire perché colpito accidentalmente dal cognato con un fucile da caccia, ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio del ciclismo.

LeMond, primo americano in assoluto a conquistare una tappa al Tour de France e vincitore della Grande Boucle in tre occasioni (1986, 1989, 1990), da Londra detta le condizioni perché il ciclismo torni a essere lo sport che ha fatto sognare gli appassionati per quasi un secolo. Fin dall’inizio degli anni 2000, il due volte campione del mondo aveva messo in dubbio le prestazioni di Lance Armstrong, facendo sorgere dubbi che nel recente passato abbiamo scoperto essere reali: adesso che il ‘sistema-doping più ramificato della storia del ciclismo’ è emerso in tutte le sue forme, è il caso di tirare una riga e ripartire. Senza guardarsi più le spalle.

Secondo LeMond le colpe principali sono dell’UCI, l’Unione Ciclistica Internazionale, i cui dirigenti dovrebbero dimettersi immediatamente. “Dovrebbero andarsene tutti, finora non hanno fatto nulla - chiarisce il concetto il 51enne di Lakewood -. Qualunque persona onorevole l’avrebbe fatto da anni. Serve fare pulizia, e anche in fretta. Chiarire i rapporti con tutte le parti in causa, compresi gli sponsor. E poi bisogna rendere indipendenti i comitati anti-doping, così come i controlli a sorpresa. E’ necessario informare i ciclisti e renderli pienamente consapevoli del fatto che se non si cambierà strada questo sport crollerà e i loro guadagni caleranno. I giovani sono sempre meno attratti dal ciclismo, e senza le nuove generazioni il futuro di questa disciplina non può essere roseo”.

Le idee sono quelle giuste, quelle che servirebbero davvero a questo mondo per cancellare gli errori del passato e (provare a) ripartire. L’attacco a Pat McQuaid, numero uno dell’UCI dal 2007, è chiarissimo. LeMond parla come se fosse (già) il presidente dell’UCI. La domanda allora è: perché non potrebbe esserlo? Lui si defila, ma si dice pronto a raccogliere la sfida qualora gli venisse chiesto. “Io non sto facendo campagna elettorale e non penso di candidarmi direttamente, però sono qui e, se me lo dovessero chiedere, non mi tirerei indietro. Sono pronto a scendere in campo. Noi che facciamo parte del movimento ‘Change Cycling Now’ (ne fa parte anche Bugno, ndr) abbiamo davvero intenzione di cambiare il ciclismo, di fargli riconquistare la credibilità perduta. Mc Quaid? Se davvero ama il ciclismo, come sempre dice, dopo l'esplosione del caso Armstrong avrebbe ammesso le proprie colpe e se ne sarebbe andato”.

Su Armstrong, LeMond non spreca nemmeno troppe parole (“Nel momento in cui si accorgerà di essere rimasto da solo e senza soldi dirò la verità. Lo spero. Ha fatto del male al ciclismo, potrebbe provare a rimediare solo confessando. Speriamo lo faccia”); quello che preferisce fare è concentrarsi su dove il suo aiuto, a livello di istutuzioni, potrebbe servire. “Cosa posso dare al ciclismo? - chiude l’ex corridore statunitense -. Non sono un politico, ma sono stato un corridore ad alto livello e ho conosciuto questo mondo in tutti i suoi aspetti, dai più belli ai più brutti. Ho anche assistito alla crescita del doping perché c’era pure ai miei tempi. Posso mettere a disposizione la mia esperienza. E non credo sia poco". Nemmeno noi.

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