Cos'è una start up?

Guida a uno dei termini che più si sentono pronunciare tra gli imprenditori (o aspiranti tali) in quest'epoca di crisi

È un termine che va molto di moda in questo periodo, complice la crisi o forse anche no. Fatto sta che quando si parla di start up - che, come dice la parola stessa, tradotta direttamente dall’inglese senza troppe perifrasi, vuol dire appunto “avvio”  - si intende per l’appunto l’avvio di un’attività imprenditoriale.

Di quale attività si tratti, se solo online o con una sede fisica e creazione di prodotti “concreti”, nell’accezione iniziale del termine poco importa: una start up è un’attività imprenditoriale che nasce per la prima volta, ossia che prima non esisteva, almeno non in quei termini.

Anzi per essere più esatti, la stessa parola start up indica “l’operazione e il periodo durante il quale si avvia un’impresa”. Periodo appunto che può variare, il che dipende da tutta una serie di fattori e da alcune procedure che devono essere… avviate (scusate il gioco di parole) prima di poter dire che l’impresa esiste davvero.

Le procedure che riguardano in genere tutte le attività comprendono l'iscriversi al Registro delle Imprese, aprire una partita Iva, iscriversi all’Inail (per essere il più generici possibile).

Ma se si vuole risparmiare qualche ora di tempo, si può andare in Camera di Commercio e procurarsi una smart card (costo 25 euro) per usare il software ComUnica che permette di gestire le varie azioni cosiddette “istituzionali”.

La parola start up ha avuto in Italia la sua diffusione e anche il suo boom ai tempi della bolla di Internet quando, circa 12 anni fa, i titoli che avevano a che fare con il Web volarono in Borsa. Nel nostro Paese la parola è infatti ancora (erroneamente viste le evoluzioni nostrane delle start up) legata al gergo della Borsa: negli Usa le cosiddette “matricole” sono oggetto di interesse degli investitori perché sono aziende che potrebbero essere ammesse nel circuito ufficiale della Borsa.

Tornando ai confini nazionali, da noi una start up è contraddistinta dal fatto appunto di essere all’inizio, di essere di piccole dimensioni, quindi con un gruppo di lavoro alquanto “risicato” e con gente che tendenzialmente fa anche altri lavori. L’organigramma strutturato delle aziende non appartiene a chi è in una start up: di solito c’è molta flessibilità, tutte le competenze vengono messe in campo in modo trasversale così come anche la comunicazione avviene in maniera molto più informale rispetto ad un’azienda strutturata, con tutti i suoi processi.

Inoltre, l’accezione del termine si è estesa anche al fatto che una start up porta con sé una percentuale alta di fallimento: nel nostro Paese ne sopravvive 1 su 12 e la fase di non ritorno quindi quella veramente di prova è quando, dopo aver pensato ad un nuovo prodotto o servizio, analizzato il mercato, redatto il business model, si devono fare i conti con il mercato vero e proprio e con la presenza in esso del proprio prodotto.

Se date un’occhiata in giro, spesso la parola start up viene associata al Web. Non è un caso, anzi, nascono sempre più start up digitali per svariati motivi. Soprattutto a causa del fatto che creare qualcosa sul Web quindi avere un’intuizione e trasformarla in idea è genericamente “più facile”: non bisogna avere una sede fisica quindi già si tagliano spese legate ad affitti e ricerca locali con tutto quello che ne comporta.

Basta avere una eventuale base d’appoggio che può essere anche la casa di qualcuno dei “soci” e creare un sito Web professionale. Insomma, il passo dall’intuizione alla realizzazione sembrerebbe meno breve, e infatti ciò ha fatto sì che nascessero molte più iniziative online che “fisiche”. C’è da dire che però anche le start up web sono start up che devono confrontarsi con il mercato e quindi, anche se agevolate dall’ “immediatezza”, ne sottostanno alle regole.