Made in USA - Il significato dei nomi: Orlando Magic

Una bambina di sette anni resta affascinata dal parco di divertimenti più famoso del mondo ed esclama: "Papà, questa città è magica". La piccola, originaria di Philadelphia, si chiama Karen Williams, ed è la figlia di Pat Williams, il vice-presidente della squadra

Come abbiamo già visto nella puntata precedente, dedicata ai Miami Heat, la NBA sbarca in Florida piuttosto tardi, soltanto alla fine degli anni ’80, con una maxi-espansione che coinvolge quattro franchigie nel giro di un biennio. A Orlando, che in quel periodo non ha alcuna squadra nei quattro massimi campionati nazionali (NBA, MLB, NFL, NHL), l’eccitazione è palpabile e contagiosa: i lavori per vincere la candidatura e battere le vicine Miami e Tampa cominciano già nel 1986, guidati da Pat Williams, ex-general manager dei Philadelphia 76ers, e sovvenzionati dal banchiere Jim Hewitt.

Quando parliamo di Pat Williams, che oggi siede ancora sulla poltrona di vice-presidente della società, intendiamo uno dei più grandi guru della storia della pallacanestro: nato nel 1940 a Philadelphia, ha visto passare sotto i propri occhi, nell’ordine, gente come Pete Maravich (scelto nel 1970 quando era ad Atlanta, e poi scambiato quattro anni dopo), Darryl Dawkins (scelto nel 1975 a Phila) Julius Erving (acquisito nel 1976 e poi campione NBA nel 1983 coi Sixers), Maurice Cheeks (scelto nel 1978) e Moses Malone (acquisito nel 1982 e campione NBA in coppia con Erving l’anno successivo). Insomma, direi che ci siamo capiti: uno che la sa lunga.

La squadra non esiste ancora, anzi, non c’è alcuna garanzia che possa esistere in un futuro più o meno prossimo, ma Pat Williams e Jim Hewitt cominciano immediatamente una massiccia operazione di marketing, persuadendo molti tifosi a versare 100 dollari di acconto per la prenotazione di un posto nella nuova campagna abbonamenti. Bisogna convincere la Lega che Orlando si merita una squadra, e che i cittadini hanno un feroce desiderio di pallacanestro. E la manovra dà i frutti sperati.

Nel 1987, la NBA scarta Tampa e accoglie le candidature di Miami, Charlotte, Minnesota e Orlando, rivoluzionando così il piano originale di inglobare soltanto tre nuove franchigie: le prime due avrebbero debuttato l’anno seguente, mentre Orlando e Minnesota avrebbero dovuto attendere un’altra stagione. Una piccola beffa, se vogliamo, perché in città è già pronto tutto, anche il nome.

La scelta viene effettuata all’interno di una lista di suggerimenti raccolti attraverso un sondaggio popolare lanciato sull’Orlando Sentinel, il principale quotidiano della città: tra i 4.296 consigli vengono eletti i quattro finalisti, ossia “Tropics”, “Juice” (in relazione alle industrie di agrumi della zona – vi dice niente Orange County?), “Magic” (vedi DisneyWorld, il parco di divertimenti più famoso del mondo, inaugurato nel 1971 a Lake Buena Vista) e “Heat” (poi utilizzato da Miami). Tra gli esclusi, “Aquamen”, “Astronauts”, “Floridians”, “Orbits”, “Sentinels” e anche “Challengers”, in ricordo dello shuttle tragicamente schiantatosi l’anno precedente. Forse non benissimo.

In quei giorni, la piccola Karen Williams, di soli sette anni, sbarca in città da Philadelphia per una visita al papà: Pat Williams le mostra le bellezze di Orlando (DisneyWorld compreso) e poi, quando la riporta all’aeroporto per il viaggio di ritorno, si sente dire: “Mi è piaciuta moltissimo questa città. È un posto magico”. E da lì, bum, è fatta: saranno gli Orlando Magic.

La nuova squadra, allenata da Matt Goukas (anche lui arrivato da Philadelphia con Pat Williams), debutta il 4 novembre 1989 all’Orlando Arena (poi TD Waterhouse Center e Amway Arena, prima di essere demolita e i Magic trasferiti nel fiammante Amway Center): è una sconfitta di misura, 106-111 contro i New Jersey Nets, ma il primo successo arriva soltanto due giorni dopo, un prestigioso 118-110 contro i New York Knicks. Non che quell’anno finisca bene, con un record di 18-64, un classico delle franchigie d’espansione, ma nel 1995-96 arriva la prima Finale grazie al duo Penny Hardaway-Shaquille O’Neal. È uno 0-4 contro gli Houston Rockets. L'anno successivo, invece, i Magic si fermano alla finale della Eastern Conference contro i Chicago Bulls di Jordan, Pippen e Rodman, la squadra migliore di sempre, quella capace di chiudere la stagione col record ancora imbattuto di 72-10. Nel 2009 le seconde Finals con Dwight Howard: altra sconfitta, 1-4 contro i Lakers di Kobe Bryant.

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