Olimpiadi - Cagnotto: "Donna immagine sì, ma non eterna"

Seconda parte dell'intervista esclusiva alla tuffatrice azzurra Tania Cagnotto, che ci racconta il suo mondo dentro e fuori dalla piscina, tra l'impegno sociale, il rapporto con i fan, quello con la sua città natale Bolzano, e il ruolo di donna immagine dei tuffi in Italia.

Campionessa indiscussa, medagliata mondiale, la più forte tuffatrice italiana di sempre. Tania Cagnotto è questo, ma anche molto altro, immersa in un mondo fatto di tante sfumature che non sempre hanno a che fare con gare e agonismo in senso stretto. C’è l’impegno sociale, c'è il rapporto con i tifosi e quello con Bolzano, la sua città natale, e c’è un intero movimento, quello dei tuffi appunto, che cresce grazie ai suoi risultati e che lei si sente di dover trascinare.

Tania, nel corso degli anni hai sostenuto diverse iniziative legate al sociale, impegnandoti spesso in prima persona, come nel caso della campagna a favore della donazione di midollo osseo. Il tuo ruolo di personaggio pubblico, oltre che di sportiva, ti fa sentire in dovere di dover essere di esempio per chi ti segue?

Il cercare di essere un buon esempio per gli altri non centra tanto con l'essere o meno un personaggio pubblico, è una questione di senso di responsabilità nei confronti del proprio prossimo e in modo particolare nei confronti delle persone che hanno bisogno di aiuto. La maggior parte delle volte si tratta di gesti che non costano tanto tempo o tanta fatica, ma che possono rappresentare moltissimo per coloro che li ricevono.

Oltre che a diverse associazioni di volontariato il tuo nome è spesso associato a Bolzano e all'Alto Adige. Che rapporto hai con la sua città e in generale con la sua terra d'origine?

Mi piace moltissimo vivere a Bolzano. E’ una città piccola, a misura di persona, che forse in passato non offriva molto per i giovani, ma che adesso anche sotto questo aspetto sta migliorando. In ogni caso, la vita notturna per me ha sempre contato poco perché, essendo sempre in giro per il mondo, le occasioni di svagarmi non mi sono mai mancate e quando tornavo a casa era più che altro per riposarmi.

Hai trascorso anche un anno negli Stati Uniti, a Houston, ma una volta tornata hai spiegato che il metodo di allenamento americano non si addiceva alle tue esigenze. Pensi in un futuro di poter ripartire, magari con una diversa destinazione?

No, non ne ho nessuna intenzione. Ho già viaggiato tanto, sono stata negli Stati Uniti e poi in Australia e adesso non ho voglia di spostarmi ancora. Ho fatto le mie esperienze, ma ora ho ventisette anni, convivo con il mio fidanzato e a Bolzano riesco a trovare tutto quello che mi serve, sia dal punto di vista personale sia per quello che riguarda gli allenamenti.

Oltre all’appoggio della tua città puoi vantare un fan club particolarmente attivo e numeroso. Come ti relazioni con i tuoi tanti tifosi?

Rimango tutte le volte stupita dal sostegno e dall’affetto che ricevo dai tifosi. Molti dei ragazzi del fan club vengono anche alle gare, ma purtroppo non sempre riesco a incontrarli di persona perché non sempre la situazione lo permette. In compenso cerco di farmi sentire il più possibile via mail.

Parlando invece di gare, ci racconti qualcosa del binomio con Francesca Dallapé, la tua compagna nei tuffi in sincro?

All’inizio della mia carriera gareggiavo nel sincro insieme a Maria Marconi, poi i nostri programmi gare hanno iniziato a divergere e io avevo deciso di dedicarmi solo alle competizioni individuali. Francesca si allenava a Trento, ma veniva due volte alla settimana a Bolzano, per cui abbiamo cominciato ad allenarci insieme nel sincro. Inizialmente la scelta è stata fatta per una questione di vicinanza geografica, poi abbiamo visto che l’accoppiata funzionava benissimo e così abbiamo proseguito sulla stessa strada.

Nell'ultimo decennio, grazie soprattutto ai tuoi risultati, i tuffi hanno visto aumentare la propria notorietà, eppure questa popolarità ha inciso poco sul numero dei ragazzi che praticano la disciplina.  A cosa pensi sia dovuto? 

I motivi fondamentali sono due. Da un lato la mancanza di strutture adeguate e di tecnici di alto livello, ovvia conseguenza di una mancanza di tradizione in questa disciplina; dall’altro il fatto che si tratti di uno sport tecnico e, di conseguenza, molto difficile da imparare.

Come è facilmente immaginabile, un tuo abbandono delle competizioni farebbe calare notevolmente l’interesse del pubblico verso i tuffi. Ti senti in qualche modo responsabile dell’immagine e della promozione della tua disciplina?

Sono consapevole del fatto che un mio abbandono dell’attività agonistica porterebbe ad una diminuzione di interessi verso il mondo dei tuffi, ma io non posso gareggiare in eterno e questo prima o poi dovrà succedere. E’ ovvio che ne tengo conto e ne terrò conto anche in futuro nel momento, per ora non imminente, in cui valuterò l’idea di ritirarmi, ma so anche che quando non avrò più voglia di allenarmi sarà inutile continuare a oltranza.

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