In ricordo di Achille Compagnoni

Si è spento nella giornata di mercoledì Achille Compagnoni, l'alpinista che insieme a Lino Lacedelli nel luglio del 1954 conquistò la vetta del K2. Impresa eroica che rimase però per anni avvolta da misteri e polemiche

Fu un miracolo. In un'Italia che orgogliosamente e freneticamente si stava risollevando dal baratro della Seconda Guerra Mondiale, l'impresa di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, al pari delle contemporaenee gesta di Coppi e Bartali, assunse il valore simbolico della rinascita di un popolo che, liberatosi della dittatura e dell'invasore straniero, si apprestava a vivere un periodo di benessere e di grande sviluppo, in cui nessun traguardo, individuale e collettivo, sembrava precluso.

Era il 31 luglio del 1954, quando un intero paese si fermò per sedersi accanto alla radio e seguire i momenti decisivi della spedizione guidata da Ardito Desio, che puntava a conquistare per la prima volta la vetta della seconda montagna più alta del mondo, il K2. Era il giorno decisivo, il momento dell'attacco alla vetta: il gruppetto selezionato si sarebbe staccato dalla spedizione per affrontare il "Collo di bottigilia", il tratto più impegnativo dell'ascesa verso la cima lungo lo Sperone d'Abruzzo, la via individuata 45 anni prima da Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi. I prescelti furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, che riuscirono là dove poco tempo prima aveva fallito una spedizione americana, arrivando a piantare la fatidica bandiera tricolore sulla cima della montagna terribile.

Il ritorno in patria, con i membri della spedizione salutati come eroi, sarebbe ben presto stato macchiato dalle polemiche tra una parte del gruppo, con Desio e Compagnoni in testa, e uno dei componenti più giovani, Walter Bonatti. Per anni quella gloriosa spedizione sarebbe rimasta avvolta da ombre e misteri: i due salirono in vetta con o senza l'ausilio delle bombole di ossigeno? Perché Bonatti, che era sceso al campo precedente proprio per recuperare le bombole, non riuscì a recuperare il contatto con i compagni? Fu lui a non raggiungere il campo IX o furuno i due davanti a non aspettarlo? Ed è vero che Bonatti utilizzò per sé l'ossigeno che sarebbe dovuto servire a Lacedelli e Compagnoni per attaccare la vetta?

Ci sarebbero voluti 54 anni, prima di trovare risposta a tutte queste domande, con la ricostruzione ufficiale del Cai che diede pienamente ragione a Bonatti, ridimensionando in qualche modo le dimensioni epiche della vicenda, e il ruolo di eroi buoni di Compagnoni e Lacedelli.

Poco importa, perché intatte rimangono le emozioni di quelle immagini scattate sul K2 nell'estate di tanti e tanti anni fa, simbolo di un Paese giovane e coraggioso che, a quei tempi, poteva ancora sognare di conquistare il mondo.